Longevità: significato, salute e scienza dell’invecchiamento

La longevità indica la durata della vita di un individuo e, in senso demografico, la capacità di raggiungere età significativamente superiori alla media della propria popolazione. In medicina, però, non può essere ridotta al solo numero di anni vissuti: assume pieno valore quando si accompagna al mantenimento della salute, della funzione fisica e cognitiva, dell’autonomia e della qualità della vita.
Per questo la scienza distingue tra lifespan, cioè durata complessiva della vita, e healthspan, cioè periodo della vita trascorso in condizioni di salute e funzionalità sufficientemente conservate. La questione centrale non è promettere una vita indefinita, ma ridurre il divario tra anni vissuti e anni vissuti in buona salute.
La longevità è influenzata da fattori genetici, ambientali, nutrizionali, metabolici e comportamentali, tra cui attività fisica, sonno, stress, salute metabolica, infiammazione cronica, epigenetica ed esposoma. Non è un destino scritto in modo rigido nel DNA, né il risultato di un singolo test o di un singolo intervento.
Per il Dr. Damiano Galimberti, medico dietologo specialista in Scienze dell’Alimentazione e docente in Nutrigenomica, la longevità viene interpretata in relazione alla prevenzione, alla valutazione dei fattori modificabili e alla tutela della salute nel tempo.
Che cos’è la longevità
La longevità può essere definita in modi diversi a seconda del contesto. In senso biologico riguarda la durata della vita di un individuo. In senso demografico descrive il raggiungimento di età superiori alla media della popolazione di riferimento. In senso clinico, invece, non riguarda solo il vivere a lungo, ma anche il mantenimento della salute, della funzione e dell’autonomia nel tempo.
È importante distinguere la longevità da concetti vicini ma non identici. Il lifespan indica la durata complessiva della vita; l’aspettativa di vita è una media statistica calcolata su una popolazione; l’invecchiamento descrive i processi biologici che modificano progressivamente l’organismo nel tempo. La longevità, invece, riguarda la traiettoria con cui una persona attraversa questi anni, in rapporto alla durata, alla salute e alla qualità della vita.
Una persona longeva non è semplicemente una persona che vive molti anni. In una prospettiva medica moderna, la longevità ha valore soprattutto quando si accompagna a buona funzione fisica, autonomia, capacità cognitive, salute metabolica, equilibrio psicologico, relazioni sociali e partecipazione alla vita quotidiana.
Per questo oggi si parla sempre più spesso di longevità in salute. Il punto non è soltanto aggiungere anni alla vita, ma ridurre il più possibile gli anni vissuti con disabilità, fragilità, malattie croniche invalidanti o perdita di autonomia.
La longevità non è riconducibile a un solo elemento. La letteratura la descrive come un fenomeno influenzato da più dimensioni:
- predisposizione genetica;
- ambiente e condizioni di vita;
- alimentazione e stato nutrizionale;
- attività fisica, forza muscolare e capacità cardiorespiratoria;
- sonno e ritmo circadiano;
- stress cronico e capacità di recupero;
- salute metabolica e cardiovascolare;
- infiammazione cronica di basso grado;
- epigenetica ed esposoma;
- prevenzione medica e controllo dei fattori di rischio.
La longevità può quindi essere descritta come un processo dinamico, influenzato nel tempo da fattori biologici, ambientali, clinici e comportamentali.
Longevità, lifespan e healthspan
Per comprendere davvero il concetto di longevità è necessario distinguere tra lifespan e healthspan.
Lifespan: la durata della vita
Il lifespan è la durata cronologica della vita, dalla nascita alla morte. A livello individuale indica quanti anni vive una persona. A livello di popolazione può essere espresso come aspettativa di vita media o, in altri contesti, come durata massima osservata della vita.
L’aumento del lifespan medio negli ultimi decenni è stato favorito da molti fattori: miglioramenti igienico-sanitari, vaccinazioni, cure mediche, controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, migliore nutrizione, condizioni socioeconomiche e riduzione della mortalità precoce.
Questo non significa, però, che sia aumentata allo stesso modo la durata massima della vita umana, né che tutti gli anni guadagnati siano necessariamente anni vissuti in buona salute.
Il dato italiano rende questa distinzione particolarmente concreta. Secondo ISTAT, nel 2024 la speranza di vita alla nascita in Italia è arrivata a 81,5 anni per gli uomini e 85,6 anni per le donne. Nello stesso periodo, però, la speranza di vita in buona salute alla nascita è stimata in 58,1 anni: 59,8 per gli uomini e 56,6 per le donne.
Questa distanza tra durata della vita e anni vissuti in buona salute evidenzia la necessità di distinguere tra sopravvivenza, stato di salute e capacità funzionale. Vivere più a lungo è un risultato importante, ma la vera sfida medica e sociale è aumentare gli anni vissuti con autonomia, funzione, benessere e minore carico di malattia.
Healthspan: gli anni vissuti in salute
L’healthspan indica il periodo della vita vissuto in condizioni di salute e funzionalità sufficientemente conservate. In altre parole, riguarda gli anni in cui una persona mantiene autonomia, mobilità, lucidità, capacità relazionali e assenza di disabilità clinicamente rilevante.
Non esiste una definizione operativa unica di healthspan. Alcuni studi lo misurano come assenza di malattie croniche maggiori, altri come assenza di disabilità, fragilità o perdita di indipendenza. Questa differenza è importante, perché rende complesso confrontare studi e costruire trial clinici specifici sulla longevità.
In ogni caso, il concetto chiave è chiaro: la medicina moderna non dovrebbe puntare soltanto ad allungare il numero degli anni vissuti, ma ad aumentare gli anni vissuti con buona qualità biologica e funzionale.
Healthy aging e healthy ageing: invecchiare in salute secondo l’OMS
L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’healthy ageing come il processo di sviluppo e mantenimento della capacità funzionale che consente il benessere in età avanzata.
Questa definizione è importante perché supera l’idea di salute come semplice assenza di malattia. La salute comprende una dimensione fisica, mentale e sociale. Nel contesto dell’invecchiamento sano, questa visione si traduce nella capacità di mantenere autonomia, relazioni, partecipazione alla vita quotidiana e qualità della vita.
Anche il concetto di qualità della vita è centrale. Non basta misurare quanti anni si vivono: occorre considerare come vengono vissuti, con quale livello di indipendenza, capacità di movimento, lucidità, sicurezza, relazioni, progettualità e benessere percepito.
Una persona può convivere con una o più condizioni croniche e mantenere comunque una buona qualità di vita, se queste condizioni sono controllate e se la capacità funzionale rimane adeguata.
La capacità funzionale dipende da due dimensioni:
- le capacità intrinseche della persona, come mobilità, forza, capacità cognitive, equilibrio psicologico e stato nutrizionale;
- l’ambiente in cui vive, comprese relazioni, accesso alle cure, sicurezza, condizioni economiche, abitazione e partecipazione sociale.
In questa prospettiva, la longevità viene collegata non solo alla durata della vita, ma anche alla capacità funzionale, all’ambiente, alle relazioni e alla qualità della vita. Vivere a lungo in salute non dipende solo dalle scelte individuali, ma anche dall’ambiente, dalla prevenzione, dalla qualità delle cure, dalle relazioni e dalla capacità di mantenere nel tempo una buona funzione fisica, mentale e sociale.
Longevità non significa anti-aging
La longevità non coincide con l’anti-aging commerciale e non deve essere confusa con l’idea di cancellare l’invecchiamento.
Per molti anni il termine anti-aging è stato usato per indicare trattamenti estetici, protocolli ormonali, integratori, test e strategie presentate come strumenti per “restare giovani” o “invertire l’età”. Questa comunicazione può risultare riduttiva, perché tende a semplificare un processo biologico complesso e a presentarlo come se fosse modificabile attraverso interventi isolati.
La longevità scientifica non promette di bloccare il tempo. Studia i fattori che influenzano il modo in cui l’organismo invecchia.
La domanda corretta non è: “come posso non invecchiare?”.
La domanda corretta è: “come posso ridurre i fattori che aumentano il rischio di fragilità, malattie croniche e perdita di funzione?”.
Questa distinzione è fondamentale. Un approccio serio alla longevità deve evitare scorciatoie narrative, promesse di ringiovanimento e linguaggio da biohacking. Deve invece parlare di prevenzione, probabilità, fattori modificabili, limiti delle evidenze e responsabilità clinica.
Da cosa dipende la longevità
La longevità è influenzata da una combinazione di fattori genetici, ambientali, metabolici, comportamentali e sociali.
La genetica contribuisce alla variabilità della durata della vita, soprattutto nelle età molto avanzate, ma non spiega da sola la longevità. Nella maggior parte delle persone, ambiente e stile di vita hanno un ruolo rilevante nella modulazione del rischio di malattie croniche, disabilità e mortalità prematura.
Tra i fattori più rilevanti troviamo:
- non fumare;
- mantenere un’alimentazione di qualità;
- svolgere attività fisica regolare;
- allenare forza muscolare e capacità cardiorespiratoria;
- proteggere la salute metabolica;
- controllare pressione arteriosa, glicemia e profilo lipidico;
- ridurre il grasso viscerale;
- dormire in modo regolare e sufficiente;
- gestire stress cronico e recupero;
- mantenere relazioni sociali significative;
- ridurre esposizioni nocive quando possibile;
- accedere a prevenzione, diagnosi precoce e cure appropriate.
Nessuno di questi fattori garantisce, da solo, una vita lunga. Ma nel loro insieme possono influenzare la traiettoria della salute e ridurre la probabilità di invecchiare con fragilità e malattie invalidanti.
Geroscience: perché l’invecchiamento riguarda molte malattie croniche
La geroscience è il campo di ricerca che studia i meccanismi biologici dell’invecchiamento come fattori comuni che aumentano la vulnerabilità a molte malattie croniche.
Nella prospettiva della geroscience, patologie come diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, neurodegenerazione, sarcopenia, fragilità e alcuni tumori vengono studiate anche in relazione a processi biologici associati all’invecchiamento. Molte di queste condizioni condividono processi biologici di fondo: infiammazione cronica, disfunzione mitocondriale, alterazioni epigenetiche, senescenza cellulare, stress ossidativo, deregolazione metabolica e perdita di capacità rigenerativa.
La geroscience hypothesis sostiene che intervenire sui processi biologici dell’invecchiamento potrebbe, almeno in teoria, ritardare simultaneamente più malattie croniche e prolungare l’healthspan.
Questo razionale è scientificamente importante, ma va comunicato con prudenza. La geroscience è un campo in rapida evoluzione, con forte base biologica e trial clinici in sviluppo, ma non significa che esistano già terapie standard capaci di “curare l’invecchiamento” o garantire un’estensione della vita umana.
I meccanismi biologici dell’invecchiamento
La ricerca ha descritto alcuni hallmarks of aging, cioè caratteristiche biologiche ricorrenti dell’invecchiamento cellulare e sistemico.
La review originale del 2013 identificava nove hallmarks: instabilità genomica, accorciamento dei telomeri, alterazioni epigenetiche, perdita di proteostasi, deregolazione del sensing dei nutrienti, disfunzione mitocondriale, senescenza cellulare, esaurimento delle cellule staminali e alterata comunicazione intercellulare.
L’aggiornamento del 2023 ha ampliato il quadro, includendo anche macroautofagia disabilitata, infiammazione cronica e disbiosi. Questo modello viene utilizzato per descrivere l’invecchiamento come un insieme di processi biologici interconnessi, non come un fenomeno unico.
Dal punto di vista clinico, però, questi hallmarks devono essere considerati soprattutto come framework scientifici. Molti interventi capaci di modularli sono stati studiati in modelli animali o in studi pilota, ma non sono automaticamente trasferibili alla pratica clinica quotidiana.
Questo modello descrive l’invecchiamento come un insieme di processi biologici interconnessi e offre un quadro utile per collegare biologia dell’invecchiamento, ambiente, stile di vita e prevenzione.
Inflammaging: infiammazione cronica e invecchiamento
L’inflammaging è una condizione di infiammazione cronica, sistemica e di basso grado che tende ad aumentare con l’età.
Non è l’infiammazione acuta che compare dopo un trauma o un’infezione. L’infiammazione, quando è ben regolata, è una risposta fisiologica essenziale: permette all’organismo di reagire a infezioni, danni tissutali e stimoli dell’immunità innata. Il problema nasce quando questa risposta non si risolve in modo adeguato e diventa persistente, silenziosa e sistemica.
Con l’età, immunosenescenza, obesità viscerale, disbiosi intestinale, sedentarietà, stress cronico, alterazioni metaboliche e accumulo di cellule senescenti possono favorire un’attivazione infiammatoria cronica. A questo si associa spesso uno squilibrio della bilancia ossidativa, cioè del rapporto tra produzione di specie reattive dell’ossigeno e capacità antiossidante dell’organismo.
Per questo l’obiettivo non è “spegnere” l’infiammazione in modo indiscriminato. Una risposta immunitaria efficiente resta necessaria, soprattutto nell’anziano, per reagire a infezioni e stimoli ambientali. Il punto è favorire una migliore regolazione dei processi infiammatori e ossidativi, sostenendo la capacità dell’organismo di attivare la risposta quando serve e di risolverla quando non è più necessaria.
L’inflammaging è associato a una maggiore vulnerabilità verso malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, neurodegenerazione, osteoporosi, sarcopenia e fragilità. Tuttavia, l’invecchiamento non è “solo infiammazione”. Dati recenti suggeriscono che il pattern di inflammaging possa variare tra popolazioni e contesti ambientali diversi. Questi dati sono coerenti con un possibile ruolo di ambiente, stile di vita, esposizioni e condizioni sociali nella modulazione dei processi associati all’invecchiamento.
Epigenetica, età biologica e orologi epigenetici
L’epigenetica studia i meccanismi che regolano l’espressione dei geni senza modificare la sequenza del DNA. In altre parole, il patrimonio genetico non è un copione immobile: dieta, attività fisica, sonno, stress, ambiente, tossine, microbiota e condizioni metaboliche possono influenzare il modo in cui alcuni geni vengono espressi.
Da questo campo nascono anche gli studi sull’età biologica, cioè una stima dello stato funzionale dell’organismo rispetto all’età cronologica.
Gli orologi epigenetici utilizzano pattern di metilazione del DNA per stimare aspetti dell’invecchiamento biologico. In grandi coorti, l’accelerazione dell’età epigenetica è stata associata a obesità, fumo, sindrome metabolica, infiammazione e peggiori outcome clinici.
Questi strumenti sono promettenti, ma non devono essere sopravvalutati. Non esiste ancora consenso definitivo su quali orologi siano migliori per l’uso clinico individuale. Non predicono con certezza quanto vivrà una persona. Non sono validati come endpoint surrogati per approvare terapie anti-aging. E non dovrebbero essere usati per vendere promesse di “inversione dell’età biologica”.
Questi strumenti possono offrire informazioni complementari sullo stato biologico dell’organismo, soprattutto se interpretati nel contesto di una valutazione medica più ampia. Non dovrebbero però essere letti come diagnosi isolate, come predizioni certe della durata della vita o come prova automatica dell’efficacia di un intervento.
Esposoma: ambiente, stile di vita e traiettoria biologica
L’esposoma è l’insieme delle esposizioni che una persona accumula nel corso della vita, dalla fase prenatale all’età avanzata.
Include ambiente fisico, alimentazione, inquinanti, fumo, attività fisica, farmaci, stress, sonno, lavoro, relazioni, microbiota, condizioni socioeconomiche e risposte biologiche interne come infiammazione, ormoni e metaboliti.
Il concetto di esposoma affianca la visione genetica della salute, perché considera l’insieme delle esposizioni ambientali, comportamentali e biologiche accumulate nel corso della vita. Il genoma indica una predisposizione, ma l’esposoma rappresenta il contesto continuo in cui quella predisposizione si esprime.
Le esposizioni ambientali e comportamentali possono influenzare stress ossidativo, infiammazione, regolazione epigenetica, funzione mitocondriale e rischio di malattie croniche. Alcuni studi suggeriscono che esposizioni precoci, come fumo e inquinamento, possano lasciare tracce epigenetiche già nell’infanzia, influenzando la traiettoria di salute futura.
Questo non significa che tutto sia controllabile individualmente. Molti fattori ambientali e sociali dipendono dal contesto. Questa prospettiva suggerisce l’opportunità di considerare la longevità lungo tutto l’arco della vita, non solo dopo la comparsa dei sintomi.
Nutrizione e longevità
La nutrizione è una delle leve più studiate e modificabili della longevità in salute.
Le evidenze più solide non riguardano singoli alimenti miracolosi, ma pattern alimentari complessivi. Tra questi, la dieta mediterranea è uno dei modelli più studiati in relazione a prevenzione cardiovascolare, salute metabolica, infiammazione, mortalità e healthy aging.
La dieta mediterranea tradizionale è caratterizzata da elevata presenza di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, olio extravergine di oliva, frutta secca, pesce, erbe aromatiche e moderato consumo di alimenti animali, con basso apporto di carni rosse e prodotti ultraprocessati.
Il suo valore viene generalmente attribuito all’insieme del pattern alimentare, che comprende alimenti vegetali, fibre, grassi di qualità, micronutrienti e composti bioattivi.
In una prospettiva di longevità, la nutrizione dovrebbe contribuire a:
- sostenere la salute metabolica;
- ridurre il rischio cardiovascolare;
- contenere l’infiammazione cronica di basso grado;
- preservare massa muscolare e composizione corporea;
- favorire un microbiota intestinale equilibrato;
- evitare eccessi calorici cronici e alimenti ultraprocessati;
- garantire adeguato apporto di proteine, fibre e micronutrienti.
La restrizione calorica e alcune forme di digiuno sono temi studiati nella ricerca sull’invecchiamento, ma non devono essere trasformati in protocolli universali. Nell’essere umano, soprattutto in persone anziane, fragili o con patologie, strategie troppo restrittive possono favorire perdita muscolare, carenze nutrizionali o peggioramento della qualità di vita.
La nutrizione della longevità deve essere sostenibile, personalizzata e clinicamente prudente.
Attività fisica, forza muscolare e longevità
L’attività fisica regolare è uno dei fattori più studiati in relazione alla longevità in salute.
Gli studi di coorte e le linee guida internazionali indicano che muoversi regolarmente è associato a una riduzione significativa del rischio di mortalità, malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, fragilità e declino funzionale.
Due elementi sono particolarmente importanti:
- capacità cardiorespiratoria, cioè l’efficienza con cui cuore, polmoni, circolazione e muscoli lavorano insieme;
- forza muscolare, che rappresenta una riserva funzionale essenziale per autonomia, stabilità, metabolismo e prevenzione della fragilità.
La forza di presa, o grip strength, è stata proposta come biomarcatore semplice dello stato funzionale negli anziani. Valori più bassi sono associati a maggiore rischio di disabilità, ospedalizzazione, fratture, declino cognitivo e mortalità.
In una prospettiva di prevenzione, può essere utile considerare non solo il movimento generale, ma anche attività aerobica ed esercizi di forza, adattati all’età, alle condizioni cliniche e al livello di partenza della persona.
L’obiettivo non è la prestazione sportiva estrema. È conservare funzione, autonomia e capacità di movimento.
Sonno, stress e ritmo circadiano
Sonno, stress e ritmo circadiano influenzano profondamente metabolismo, sistema immunitario, infiammazione, funzione cardiovascolare, regolazione ormonale e salute cerebrale.
Studi osservazionali negli anziani mostrano una relazione a U tra durata del sonno e mortalità: sia il sonno abitualmente troppo breve sia il sonno molto lungo sono associati a esiti peggiori. Anche la qualità del sonno, la frammentazione e l’insonnia sono state collegate a fragilità, declino cognitivo e peggioramento della salute.
Il ritmo circadiano regola molte funzioni biologiche: metabolismo, pressione arteriosa, secrezioni ormonali, temperatura corporea, risposta allo stress, immunità e sonno. Con l’età può diventare meno stabile, contribuendo a disturbi del sonno, alterazioni metaboliche e ridotta capacità di recupero.
Lo stress cronico, a sua volta, può aumentare il carico allostatico, cioè il costo biologico dell’adattamento continuo dell’organismo a pressioni fisiche, psicologiche e ambientali.
Nel contesto della longevità in salute, anche recupero, regolarità del sonno, gestione dello stress e coerenza dei ritmi quotidiani sono aspetti rilevanti.
Cosa sappiamo davvero e cosa resta sperimentale
Una comunicazione corretta sulla longevità deve distinguere chiaramente tra ciò che è sostenuto da evidenze solide e ciò che appartiene ancora alla ricerca.
Sono relativamente solidi:
- il valore della prevenzione cardiovascolare e metabolica;
- il ruolo di attività fisica regolare, forza muscolare e riduzione della sedentarietà;
- l’importanza di un pattern alimentare di qualità, come la dieta mediterranea;
- il controllo di fumo, pressione, glicemia, lipidi e peso corporeo;
- il ruolo di sonno, stress e relazioni sociali nella salute complessiva;
- la distinzione tra durata della vita e anni vissuti in salute.
Sono promettenti ma ancora da interpretare con prudenza:
- orologi epigenetici e biomarcatori avanzati di età biologica;
- geroscience trials su endpoint di healthspan;
- farmaci candidati alla geroprotezione, come metformina, rapaloghi o senolitici;
- interventi mirati su senescenza cellulare, nutrient sensing o vie molecolari dell’invecchiamento;
- test commerciali di età biologica e longevity panels.
Al momento, nessun farmaco è approvato come terapia generale dell’invecchiamento umano. I senolitici sono studiati in trial specifici e piccoli studi pilota, ma non possono essere presentati come trattamenti di routine per persone sane. La metformina è un farmaco importante in ambito metabolico, ma il suo uso come “farmaco della longevità” resta oggetto di ricerca.
Questa distinzione è rilevante per mantenere un approccio prudente alla medicina della longevità, fondato su prevenzione personalizzata, lettura integrata dei fattori di rischio e abitudini sostenibili.
Dalla longevità alla medicina della longevità
La medicina della longevità è l’applicazione clinica delle conoscenze sulla longevità, sulla prevenzione e sulla biologia dell’invecchiamento.
Se la longevità è il concetto generale, la medicina della longevità è il metodo con cui un medico cerca di valutare la persona nel tempo, identificare fattori di rischio modificabili e costruire strategie personalizzate per sostenere salute, autonomia e qualità della vita.
Una medicina della longevità rigorosa non si fonda su promesse di reverse aging. Integra anamnesi, familiarità, nutrizione, composizione corporea, salute metabolica, attività fisica, sonno, stress, esami clinici, biomarcatori consolidati e, quando realmente indicato, strumenti più avanzati.
Il punto non è accumulare test. Il punto è usare le informazioni corrette per prendere decisioni migliori.
L’approccio del Dr. Damiano Galimberti
Nel lavoro del Dr. Damiano Galimberti, la longevità viene letta attraverso l’integrazione tra nutrizione clinica, medicina preventiva, nutrigenomica, epigenetica e valutazione dello stile di vita.
Il punto di partenza non è l’idea di vivere “per sempre”, né l’inseguimento di mode anti-aging. Il punto di partenza è più concreto: comprendere come alimentazione, metabolismo, infiammazione, predisposizione genetica, esposoma e abitudini quotidiane possano influenzare la qualità degli anni vissuti.
Questi temi sono approfonditi anche nel libro Longevi sani e felici, dedicato al rapporto tra prevenzione, stili di vita e qualità della salute nel tempo.
In questa prospettiva, la longevità viene considerata in relazione alla qualità della salute, alla funzione e all’autonomia nel corso del tempo.
Domande frequenti sulla longevità
Di seguito sono raccolte le risposte alle domande più frequenti sulla longevità, con particolare attenzione alla distinzione tra durata della vita, anni vissuti in salute, prevenzione e limiti delle evidenze scientifiche. La longevità indica la durata della vita e, in senso demografico, la capacità di raggiungere età superiori alla media della propria popolazione. In medicina, però, il concetto riguarda anche la qualità degli anni vissuti, l’autonomia, la funzione fisica e cognitiva e la salute nel tempo. Il lifespan è la durata complessiva della vita. L’healthspan è il periodo della vita vissuto in buona salute e con funzionalità conservata. La longevità in salute punta soprattutto ad aumentare gli anni vissuti bene, non solo gli anni totali. Secondo l’OMS, healthy ageing significa sviluppare e mantenere la capacità funzionale che consente benessere in età avanzata. Non significa essere privi di qualsiasi malattia, ma conservare autonomia, funzione fisica, mentale e sociale e qualità della vita. La genetica ha un ruolo, soprattutto nelle età molto avanzate, ma non determina tutto. Ambiente, alimentazione, attività fisica, sonno, stress, esposizioni, prevenzione e condizioni sociali influenzano in modo importante la traiettoria della salute. No. L’anti-aging è spesso associato a promesse di ringiovanimento o interventi estetici. La longevità scientifica studia invece i fattori che influenzano salute, funzione e prevenzione nel tempo, senza promettere di eliminare l’invecchiamento. La geroscience è il campo di ricerca che studia i meccanismi biologici dell’invecchiamento come fattori comuni alla base di molte malattie croniche. È un’area promettente, ma molte applicazioni cliniche sono ancora sperimentali. Gli orologi epigenetici sono strumenti che stimano aspetti dell’età biologica attraverso pattern di metilazione del DNA. Sono promettenti nella ricerca, ma non predicono con certezza quanto vivrà una persona e non sostituiscono la valutazione clinica. L’alimentazione può contribuire alla longevità in salute perché è associata a metabolismo, infiammazione, composizione corporea e rischio cardiovascolare. Le evidenze più solide riguardano modelli alimentari complessivi, come la dieta mediterranea, non singoli alimenti miracolosi. Sì. Attività fisica, forza muscolare e capacità cardiorespiratoria sono associate a minore rischio di mortalità, fragilità e perdita di autonomia. In una prospettiva di longevità in salute, le evidenze disponibili supportano l’importanza di considerare sia il movimento aerobico sia il lavoro sulla forza, adattati alla persona. Al momento nessun farmaco è approvato come terapia generale dell’invecchiamento umano. Metformina, senolitici, rapaloghi e altri interventi sono oggetto di studio, ma non devono essere presentati come soluzioni cliniche standard per allungare la vita. La longevità non riguarda solo la vecchiaia. Molti processi che influenzano la salute futura iniziano anni prima dei sintomi. Per questo prevenzione, alimentazione, movimento, sonno e controllo dei fattori di rischio hanno valore già nell’età adulta.
Che cos’è la longevità?
Qual è la differenza tra lifespan e healthspan?
Che cosa significa healthy aging?
La longevità dipende più dalla genetica o dallo stile di vita?
Longevità e anti-aging sono la stessa cosa?
Che cos’è la geroscience?
Che cosa sono gli orologi epigenetici?
L’alimentazione può favorire la longevità?
L’attività fisica è davvero importante per vivere meglio più a lungo?
Esistono farmaci della longevità?
Quando si dovrebbe iniziare a pensare alla longevità?
Bibliografia scientifica
- World Health Organization. World report on ageing and health. Geneva: WHO; 2015. WHO
- World Health Organization. Healthy ageing and functional ability. Q&A. 26 October 2020. WHO
- López-Otín C, Blasco MA, Partridge L, Serrano M, Kroemer G. The hallmarks of aging. Cell. 2013;153(6):1194-1217. PubMed
- López-Otín C, Pietrocola F, Roiz-Valle D, et al. Hallmarks of aging: An expanding universe. Cell. 2023;186(2):243-278. PubMed
- Sierra F, Kohanski R. Geroscience and the trans-NIH Geroscience Interest Group, GSIG. Geroscience. 2017;39(1):1-5. PubMed
- Kaeberlein M. How healthy is the healthspan concept? Geroscience. 2018;40(4):361-364. PubMed
- Olshansky SJ. From Life Span to Health Span: Declaring “Victory” in the Pursuit of Human Longevity. Cold Spring Harb Perspect Med. 2022;12(12):a041480. PubMed
- Franceschi C, Bonafè M, Valensin S, et al. Inflamm-aging. An evolutionary perspective on immunosenescence. Ann N Y Acad Sci. 2000;908:244-254. PubMed
- Calder PC, Bosco N, Bourdet-Sicard R, et al. Chronic inflammation and the hallmarks of aging. Ageing Res Rev. 2023;86:101868. PMC
- Quach A, Levine ME, Tanaka T, et al. Epigenetic clock analysis of diet, exercise, education, and lifestyle factors. Aging (Albany NY). 2017;9(2):419-446. PMC
- Ding E, et al. A review on the application of the exposome paradigm to unveil the environmental determinants of age-related diseases. Hum Genomics. 2022;16:54. PMC
- Estruch R, Ros E, Salas-Salvadó J, et al. Primary prevention of cardiovascular disease with a Mediterranean diet supplemented with extra-virgin olive oil or nuts. N Engl J Med. 2018;378(25):e34. PubMed
- Schiattarella GG, et al. Mediterranean diet and mortality in the elderly: a prospective cohort study and a meta-analysis. Br J Nutr. 2018;120(8):841-854. PubMed
- Martínez-González MA, Gea A, Ruiz-Canela M. The Mediterranean Diet from a healthspan perspective. J Intern Med. 2019;285(1):97-109. PubMed
- Tarp J, et al. Physical Activity Volume, Intensity, and Mortality: Harmonized Meta-Analysis of Prospective Cohort Studies. Am J Prev Med. 2024;67(6):887-896. PubMed
- Ekelund U, et al. Dose-response associations between accelerometry-measured physical activity and mortality. Nat Commun. 2023;14:5714. PMC
- Bohannon RW. Grip strength: an indispensable biomarker for older adults. Clin Interv Aging. 2019;14:1681-1691. PMC
- da Silva AA, et al. Sleep duration and mortality in the elderly: a systematic review with meta-analysis. BMJ Open. 2016;6:e008119. BMJ Open
- Orozco-Solis R, Sassone-Corsi P. Circadian clock: linking epigenetics to aging. Curr Opin Genet Dev. 2014;26:66-72. PubMed
- Justice JN, et al. Challenges in developing Geroscience clinical trials. Nat Commun. 2023;14:4789. Nature
- Hickson LJ, et al. Senolytics decrease senescent cells in humans: preliminary report from a clinical trial of Dasatinib plus Quercetin in individuals with diabetic kidney disease. EBioMedicine. 2019;47:446-456. PubMed
- Istituto Nazionale di Statistica. La salute: una conquista da difendere. 2026. ISTAT
- Istituto Nazionale di Statistica. Goal 3: Salute e benessere. 2025. ISTAT
- World Health Organization. Constitution of the World Health Organization. WHO
- De la Fuente M, Miquel J. An update of the oxidation-inflammation theory of aging: the involvement of the immune system in oxi-inflamm-aging. Curr Pharm Des. 2009;15(26):3003-3026. PubMed