Centenari: cosa ci insegna la longevità estrema sull’invecchiamento umano

Donna centenaria, ritratto sulla longevità estrema e l’invecchiamento umano

Un centenario è una persona che ha raggiunto almeno 100 anni di età. In medicina e nella ricerca sull’invecchiamento, i centenari rappresentano una popolazione di particolare interesse perché permettono di studiare la sopravvivenza umana eccezionale e le caratteristiche biologiche, genetiche, cliniche e ambientali associate al raggiungimento delle età più avanzate.

Raggiungere i 100 anni, tuttavia, non significa necessariamente arrivarci senza malattie o disabilità. I centenari costituiscono una popolazione eterogenea: possono differire per storia clinica, autonomia, funzione cognitiva e traiettoria di invecchiamento.

Per questo il loro studio non fornisce una “ricetta” per vivere cent’anni. Offre piuttosto l’opportunità di comprendere meglio come possano differire le traiettorie dell’invecchiamento umano e quali caratteristiche siano associate, nelle popolazioni studiate, alla longevità eccezionale.

Chi sono i centenari

Il termine centenario indica una persona che ha raggiunto o superato i 100 anni. All’interno di questa popolazione vengono distinte fasce di età ancora più avanzate, particolarmente interessanti per la ricerca sulla longevità estrema.

Centenari, semi-supercentenari e supercentenari

Centenario: persona di almeno 100 anni.
Semi-supercentenario: persona di età compresa tra 105 e 109 anni.
Supercentenario: persona che ha raggiunto almeno 110 anni.

Nella letteratura scientifica viene inoltre utilizzata l’espressione oldest-old per riferirsi alle persone che hanno raggiunto le fasce più avanzate della vecchiaia. La soglia utilizzata può però variare tra gli studi e non coincide necessariamente con quella dei centenari.

La distinzione tra centenari, semi-supercentenari e supercentenari non è soltanto anagrafica. Procedendo verso età sempre più estreme, il numero delle persone che raggiungono quelle soglie diminuisce rapidamente. Semi-supercentenari e supercentenari rappresentano quindi gruppi particolarmente selezionati per lo studio della sopravvivenza umana eccezionale.

Che cosa significa longevità estrema

Per longevità si intende generalmente la durata della vita di un individuo o, in ambito demografico, la sopravvivenza osservata in una popolazione. Espressioni come exceptional longevity e extreme longevity vengono utilizzate nella letteratura per descrivere il raggiungimento di età eccezionalmente avanzate, ma non corrispondono sempre a soglie anagrafiche identiche in tutti gli studi.

La longevità estrema va inoltre distinta dalla semplice aspettativa di vita. L’aspettativa di vita è una misura statistica riferita a una popolazione, mentre il raggiungimento dei 100, 105 o 110 anni rappresenta un esito individuale raro, associato a una combinazione complessa di fattori biologici, ambientali, sanitari, sociali e storici.

Quanti centenari ci sono in Italia

Secondo l’ISTAT, al 1° gennaio 2025 in Italia risiedevano 23.548 persone di almeno 100 anni, oltre duemila in più rispetto all’anno precedente. L’82,6% era costituito da donne.

I residenti di almeno 105 anni erano 724, dei quali il 90,7% donne. Le persone di almeno 110 anni erano 19 e soltanto una era di sesso maschile.

Il confronto storico mostra una crescita rilevante della popolazione centenaria: nel 2009 i residenti di almeno 100 anni erano 10.158. Nel 2025 il numero dei centenari residenti è aumentato del 130%.

Per un approfondimento sull’evoluzione demografica del fenomeno è disponibile anche l’articolo dedicato a centenari e longevità nella popolazione.

Perché il numero dei centenari sta aumentando

L’aumento dei centenari deve essere interpretato innanzitutto come un fenomeno demografico. Il numero di persone che raggiunge un’età molto avanzata dipende dalla consistenza delle generazioni che arrivano a quelle età e dai livelli di mortalità sperimentati nel corso della loro vita.

Nel lungo periodo, la riduzione della mortalità è stata influenzata da molte trasformazioni sanitarie, sociali ed economiche. Quando si osservano le variazioni annuali del numero dei centenari bisogna però considerare anche la diversa consistenza delle coorti di nascita, cioè dei gruppi di persone nate nello stesso periodo. Se in determinati anni sono nate meno persone, molti decenni dopo sarà inevitabilmente più piccolo anche il numero di individui che potrà raggiungere i 100 anni.

L’ISTAT ha evidenziato, per esempio, che la flessione registrata in Italia tra il 2015 e il 2019 è legata anche all’ingresso tra gli ultracentenari delle generazioni nate durante la Prima guerra mondiale, numericamente meno consistenti.

L’aumento del numero assoluto dei centenari non dimostra quindi, di per sé, che il processo biologico di invecchiamento umano stia rallentando. Demografia della longevità e biologia dell’invecchiamento sono dimensioni collegate, ma non sovrapponibili.

Perché i centenari sono importanti per studiare l’invecchiamento

I centenari rappresentano un fenotipo estremo di sopravvivenza. Studiare persone che hanno raggiunto età molto avanzate permette di osservare caratteristiche associate alla sopravvivenza eccezionale e di confrontare differenti traiettorie di invecchiamento.

La ricerca analizza numerose dimensioni:

  • storia clinica e comparsa delle principali malattie associate all’età;
  • autonomia e capacità funzionale;
  • funzione cognitiva;
  • varianti genetiche e familiarità per la longevità;
  • modificazioni epigenetiche;
  • assetto immunitario e infiammatorio;
  • metabolismo e composizione corporea;
  • biomarcatori molecolari;
  • alimentazione, attività fisica e altri comportamenti;
  • ambiente e condizioni sociali.

Il valore scientifico dei centenari deriva anche dalla possibilità di integrare queste dimensioni. Le evidenze disponibili non descrivono infatti la longevità estrema come il risultato di una singola caratteristica biologica o di un unico comportamento.

Esiste inoltre un problema metodologico fondamentale. Quando si studia una persona che ha già raggiunto i 100 o 110 anni, si osserva necessariamente un sopravvivente altamente selezionato. Una caratteristica riscontrata a quell’età può essere associata alla sopravvivenza, può essersi modificata durante l’invecchiamento oppure può riflettere i processi di selezione che hanno agito nel corso della vita.

Per questo gli studi sui centenari sono particolarmente utili per identificare associazioni, meccanismi candidati e ipotesi di ricerca. Stabilire se una determinata caratteristica contribuisca causalmente alla longevità richiede evidenze ulteriori e disegni di studio adeguati.

Centenari e salute: non esiste un unico modo di arrivare a 100 anni

Una rappresentazione diffusa della longevità estrema identifica il centenario con una persona che ha attraversato la vita senza sviluppare le principali malattie croniche. Le evidenze disponibili descrivono un quadro più articolato.

Alcuni centenari raggiungono età molto avanzate ritardando considerevolmente l’insorgenza di importanti patologie. Altri convivono per molti anni con una o più malattie. Altri ancora raggiungono i 100 anni senza aver ricevuto una diagnosi delle principali patologie considerate negli studi.

Survivors, delayers ed escapers

Uno studio classico di Evert e collaboratori ha proposto tre profili di morbilità tra i centenari:

  • survivors: persone che avevano sviluppato almeno una delle malattie considerate prima degli 80 anni e vi erano sopravvissute fino a 100 anni;
  • delayers: persone nelle quali la diagnosi delle malattie considerate era avvenuta dagli 80 anni in poi;
  • escapers: persone che avevano raggiunto i 100 anni senza una diagnosi delle patologie considerate dallo studio.

Questa classificazione non rappresenta una tassonomia clinica universale, ma ha contribuito a mostrare che esistono differenti traiettorie di morbilità compatibili con la longevità eccezionale.

Nello stesso studio la distribuzione dei profili differiva anche tra uomini e donne, confermando ulteriormente l’eterogeneità presente all’interno della popolazione centenaria.

Compressione della morbilità

Un’altra domanda riguarda il rapporto tra durata complessiva della vita e periodo trascorso con malattie o disabilità.

Studi condotti su centenari, semi-supercentenari e supercentenari hanno osservato che, procedendo verso le età più estreme, l’esordio di alcune importanti patologie e limitazioni funzionali può risultare progressivamente posticipato. In molti supercentenari la quota relativa della vita trascorsa con le condizioni considerate negli studi risulta quindi più contenuta.

Questo fenomeno viene descritto come compressione della morbilità: l’insorgenza della morbilità viene posticipata relativamente alla durata complessiva della vita.

La compressione della morbilità osservata in molti individui eccezionalmente longevi non equivale tuttavia all’assenza di malattia e non caratterizza nello stesso modo tutti i centenari.

Fragilità, disabilità e autonomia

Anche autonomia e capacità funzionale presentano una notevole variabilità.

Alcune persone mantengono capacità fisiche e cognitive relativamente preservate fino a età eccezionali. Altre presentano fragilità, limitazioni nelle attività quotidiane, deficit sensoriali o necessità assistenziali.

Raggiungere 100 anni descrive quindi la durata della vita, non automaticamente la durata della vita trascorsa in buona salute.

Questa distinzione è essenziale anche quando si confrontano lifespan e healthspan: due persone della stessa età possono avere storie cliniche e livelli di autonomia profondamente differenti.

Che cosa studia la ricerca nei centenari

La ricerca sulla longevità estrema utilizza oggi un approccio sempre più multidimensionale. Genetica, epigenetica, immunologia, metabolismo e discipline omiche consentono di osservare differenti aspetti dell’invecchiamento biologico.

Nessuno di questi livelli, considerato isolatamente, ha identificato un profilo universale del centenario o un biomarcatore capace di predire in modo clinicamente affidabile chi raggiungerà un’età eccezionale.

Genetica e longevità familiare

La durata della vita presenta una componente familiare e genetica, particolarmente interessante quando vengono studiate famiglie caratterizzate da longevità eccezionale.

Gli studi sui gemelli hanno stimato una componente ereditaria della variabilità della durata della vita. Queste stime di ereditabilità non devono però essere interpretate come la percentuale della vita di una singola persona “determinata dai geni”.

L’ereditabilità è una misura riferita alla variabilità osservata in una determinata popolazione e in determinate condizioni. Non consente di dividere la longevità individuale in una quota genetica e in una quota attribuibile all’ambiente o allo stile di vita.

La ricerca genetica sulla longevità ha identificato numerose associazioni. Tra le più replicate figurano varianti nell’area di APOE e del gene FOXO3. Gli studi genomici indicano tuttavia un’architettura complessa e poligenica, con associazioni che possono differire per popolazione e contesto.

Non esiste quindi un singolo “gene della longevità”, né le varianti oggi conosciute consentono di stabilire individualmente chi diventerà centenario. Questo principio è coerente con il ruolo più generale della genetica nella medicina preventiva, dove predisposizione e rischio non equivalgono a un destino individuale.

Quanto conta la genetica nella longevità?
La genetica contribuisce alla variabilità della durata della vita e alcune associazioni risultano particolarmente interessanti nello studio delle età estreme. La longevità umana rimane tuttavia un fenotipo multifattoriale, nel quale patrimonio genetico, ambiente e storia individuale interagiscono nel corso della vita.

Epigenetica ed età biologica

L’epigenetica studia modificazioni che influenzano la regolazione dell’espressione dei geni senza modificare la sequenza del DNA. Tra i fenomeni più studiati nell’invecchiamento vi sono i cambiamenti della metilazione del DNA.

Su questa base sono stati sviluppati diversi orologi epigenetici, modelli che utilizzano specifici pattern di metilazione per stimare aspetti dell’età biologica.

Uno studio su semi-supercentenari italiani e sui loro figli ha osservato, nelle cellule mononucleate del sangue periferico, stime dell’età epigenetica inferiori rispetto a quelle attese sulla base dell’età cronologica. Studi successivi condotti su altre popolazioni eccezionalmente longeve hanno osservato segnali compatibili con una decelerazione dell’età epigenetica stimata.

Questi risultati richiedono però cautela. Le stime dipendono dall’orologio utilizzato, dal tessuto analizzato, dalla popolazione e dalla capacità del modello di funzionare correttamente alle età estreme.

Dire che un centenario presenta una determinata “età epigenetica” non equivale quindi a dimostrare che l’intero organismo sia biologicamente più giovane della stessa quantità di anni, né che la differenza osservata sia una causa della longevità.

Immunità, inflammaging e immunosenescenza

L’invecchiamento interessa profondamente il sistema immunitario. Con il termine immunosenescenza vengono descritte numerose modificazioni dell’immunità innata e adattativa associate all’età, mentre inflammaging indica uno stato infiammatorio cronico di basso grado associato all’invecchiamento.

I centenari sono particolarmente interessanti perché permettono di studiare questi fenomeni alle età estreme.

Le evidenze disponibili non indicano semplicemente che immunosenescenza e inflammaging siano assenti nelle persone eccezionalmente longeve. Gli studi descrivono piuttosto profili complessi di rimodellamento immunitario e infiammatorio, con differenze tra individui e popolazioni.

Nel filone di ricerca siciliano, per esempio, sono state osservate variazioni delle popolazioni di linfociti T e cellule Natural Killer nelle diverse fasce d’età e profili peculiari nei soggetti più longevi. Altri studi hanno approfondito indicatori della risposta immunitaria e infiammatoria nei semi-supercentenari e supercentenari.

Nel complesso, questi risultati hanno portato a studiare l’ipotesi che la longevità estrema possa essere associata non all’assenza dei cambiamenti immunitari dell’età, ma a differenti modalità di adattamento, compensazione e regolazione. Il ruolo causale di questi fenomeni rimane da chiarire.

Metabolismo e composizione corporea

Anche metabolismo glucidico, profilo lipidico, composizione corporea e distribuzione della massa grassa e magra sono stati analizzati nelle popolazioni longeve.

Alcuni studi condotti su gruppi selezionati di centenari hanno descritto parametri metabolici o caratteristiche della composizione corporea differenti rispetto ai gruppi di confronto. Queste osservazioni non definiscono però un “metabolismo del centenario” valido per tutti.

La selezione dei partecipanti è particolarmente importante. Confrontare centenari relativamente sani con gruppi anziani con caratteristiche cliniche differenti può influenzare le differenze osservate.

Anche in questo ambito i risultati sono quindi utili soprattutto per identificare caratteristiche associate a specifici fenotipi di longevità da approfondire in studi successivi.

Proteomica, metabolomica e microbioma

Le tecnologie omiche consentono di analizzare contemporaneamente grandi quantità di informazioni biologiche e stanno ampliando la ricerca sulla longevità estrema.

Proteomica e metabolomica permettono di studiare rispettivamente proteine e metaboliti; altri approcci analizzano trascrittoma, epigenoma e microbioma intestinale.

In una coorte siciliana comprendente individui longevi, per esempio, l’analisi proteomica del plasma ha identificato proteine associate all’età e segnali correlati anche ad altre caratteristiche della popolazione studiata.

Queste tecnologie contribuiscono a una rappresentazione più integrata dell’invecchiamento. Gran parte degli studi sui centenari rimane però osservazionale e spesso basata su campioni relativamente piccoli o selezionati.

Le firme molecolari individuate devono quindi essere replicate e validate prima di poter essere considerate biomarcatori clinici della longevità.

Cervello e longevità: la cognizione nei centenari

La preservazione delle funzioni cognitive fino a età eccezionali rappresenta uno degli aspetti più interessanti dello studio dei centenari, ma anche uno dei più esposti a generalizzazioni.

Esistono persone che raggiungono o superano i 100 anni mantenendo capacità cognitive notevolmente preservate. Il loro studio può contribuire alla ricerca sulla resilienza cognitiva e sui fattori associati al mantenimento delle funzioni cerebrali in età molto avanzata.

Centenari cognitivamente preservati

Alcuni programmi di ricerca selezionano specificamente centenari cognitivamente integri per seguirne longitudinalmente le caratteristiche cliniche, neurologiche e biologiche.

Queste coorti sono scientificamente preziose proprio perché consentono di studiare un fenotipo raro. Non possono però essere utilizzate per descrivere la condizione cognitiva dell’intera popolazione centenaria.

È quindi necessario distinguere tra:

  • studiare come alcuni centenari mantengano una funzione cognitiva elevata;
  • stimare quanto siano frequenti demenza e deterioramento cognitivo nelle persone estremamente longeve.

Sono domande scientifiche differenti e richiedono popolazioni di studio differenti.

Resilienza cognitiva e demenza

Una meta-analisi basata sui dati individuali di 4.427 persone di almeno 95 anni, provenienti da 18 studi comunitari condotti in 11 Paesi, ha stimato una prevalenza della demenza del 53,2% nelle donne e del 45,5% negli uomini, dopo aggiustamento per età, sesso e istruzione. La prevalenza aumentava inoltre con l’età.

Va tuttavia considerato che le stime di prevalenza della demenza tra le persone di età estremamente avanzata risentono dell’eterogeneità dei metodi di valutazione utilizzati nei diversi studi.

Questi dati mostrano perché non sia corretto descrivere i centenari, nel loro complesso, come una popolazione cognitivamente preservata.

Al tempo stesso, l’esistenza di individui che mantengono una buona funzione cognitiva oltre i 100 anni costituisce un’importante opportunità di ricerca. Il confronto tra differenti traiettorie può contribuire a identificare fattori associati alla resilienza cognitiva, senza presupporre che tali fattori siano necessariamente la causa della preservazione osservata.

Ambiente e stile di vita: cosa possiamo realmente dedurre

Alimentazione, attività fisica, fumo, consumo di alcol, relazioni sociali, condizioni socioeconomiche, ambiente di vita e struttura familiare sono frequentemente studiati nelle popolazioni longeve.

Le esposizioni accumulate durante il corso della vita sono rilevanti per la salute e possono contribuire alle differenze di mortalità e alle traiettorie di invecchiamento. Stabilire il peso specifico di ciascun fattore nel raggiungimento della longevità estrema è però molto più complesso.

Un centenario nato nei primi decenni del Novecento ha attraversato condizioni alimentari, sanitarie, lavorative, ambientali e sociali profondamente diverse da quelle di una persona nata oggi. Anche il significato di un determinato comportamento può cambiare nel corso della vita e tra popolazioni differenti.

Per questo le abitudini osservate nelle persone eccezionalmente longeve non possono essere trasformate automaticamente in una prescrizione per diventare centenari.

I limiti degli studi osservazionali sui centenari

Diversi problemi metodologici devono essere considerati quando si interpretano questi studi:

  • Survivor bias: vengono studiati individui che hanno già superato numerosi rischi di mortalità e rappresentano quindi un gruppo altamente selezionato.
  • Recall bias: ricostruire alimentazione, attività fisica o altre esposizioni avvenute molti decenni prima può essere impreciso.
  • Effetto di coorte: persone nate nello stesso periodo storico hanno condiviso condizioni che possono differire profondamente da quelle delle generazioni successive.
  • Confondimento: una caratteristica associata alla longevità può essere collegata ad altri fattori non completamente misurati.
  • Causalità inversa: alcuni comportamenti osservati in età avanzata possono dipendere dallo stato di salute raggiunto e non esserne necessariamente la causa.

Questi limiti non rendono inutili gli studi osservazionali. Indicano piuttosto quali conclusioni è possibile trarne.

Se una caratteristica ricorre in una popolazione eccezionalmente longeva, può rappresentare un segnale da approfondire. Per stabilire se contribuisca direttamente alla longevità sono necessarie evidenze ulteriori.

La ricerca italiana e siciliana sulla longevità estrema

L’Italia ha contribuito in modo rilevante alla ricerca sulla longevità umana attraverso studi su centenari e semi-supercentenari, famiglie longeve e popolazioni caratterizzate da una particolare presenza di persone che raggiungono età avanzate.

Questi programmi hanno permesso di analizzare la longevità da prospettive demografiche, cliniche, genetiche, epigenetiche, immunologiche e metaboliche.

Gli studi italiani sui centenari

Tra i programmi storici figura l’Italian Multicenter Study on Centenarians, che ha coinvolto numerosi centri universitari italiani e ha contribuito alla caratterizzazione di un ampio campione nazionale di centenari.

Gli studi condotti in Italia hanno inoltre contribuito alla ricerca sulle famiglie longeve e sui loro discendenti, sulla genetica della longevità, sull’inflammaging e sugli indicatori epigenetici associati all’invecchiamento.

Questa pluralità di approcci è importante perché non esiste una sola popolazione italiana longeva. Storia demografica, struttura genetica, ambiente e condizioni socioeconomiche possono differire considerevolmente tra territori.

Lo studio multidimensionale dei longevi siciliani

La Sicilia rappresenta uno dei contesti italiani nei quali è stato sviluppato uno specifico filone di studio della longevità.

Nel 2019 Accardi e collaboratori hanno pubblicato su Current Pharmaceutical Design i risultati preliminari di uno studio in corso sui longevi siciliani, discutendo inoltre le caratteristiche della longevità nell’isola.

L’approccio considerava congiuntamente stile di vita, ambiente, genetica, parametri ematochimici, composizione corporea e immunofenotipo.

Tra gli autori della pubblicazione figura anche il Dr. Damiano Galimberti.

L’interesse di questo approccio risiede nella caratterizzazione multidimensionale del fenotipo di longevità, senza ricondurlo a un singolo parametro.

Gli autori discutono inoltre le possibili implicazioni dei dati per la prevenzione e il trattamento delle patologie associate all’età. Si tratta di implicazioni proposte a partire dai risultati e dalla letteratura discussa: il disegno dello studio non dimostra direttamente l’efficacia di specifici interventi preventivi o terapeutici.

Lo studio e il contesto della ricerca sono approfonditi nell’articolo dedicato agli aspetti genotipici e fenotipici della longevità in Sicilia.

Le sorelle Cammalleri e lo studio di un caso di longevità eccezionale

Un esempio particolarmente interessante di caratterizzazione della longevità estrema è rappresentato dalle sorelle Cammalleri.

Nel 2020 Accardi e collaboratori hanno pubblicato uno studio dedicato a Diega Cammalleri, supercentenaria, e alla sorella Filippa, semi-supercentenaria.

Anche in questa pubblicazione il Dr. Galimberti figura tra gli autori.

Lo studio descrive dati demografici, clinici, anamnestici, cognitivi e funzionali, insieme a parametri biochimici, genetici ed epigenetici delle due sorelle.

Il caso è scientificamente interessante perché permette una caratterizzazione particolarmente approfondita di due sorelle che hanno entrambe raggiunto età eccezionali.

Gli autori interpretano i risultati come coerenti con precedenti osservazioni sulla relativa resistenza alle patologie associate all’età descritta nei supercentenari e con il possibile valore prognostico di infiammazione e stress ossidativo nella mortalità dei centenari.

La natura dello studio impone però un limite preciso: si tratta di due casi. Le caratteristiche osservate nelle sorelle Cammalleri non possono essere generalizzate alla popolazione dei centenari né interpretate singolarmente come spiegazione della loro longevità.

Il valore dello studio risiede soprattutto nella profondità della caratterizzazione di un caso familiare eccezionale e nella possibilità di formulare ipotesi da verificare in popolazioni più ampie.

Il caso è descritto più estesamente nell’approfondimento dedicato alle sorelle Cammalleri e alla longevità familiare eccezionale.

La genetica della longevità

La partecipazione del Dr. Galimberti a questo filone comprende anche una review pubblicata nel 2022 da Caruso e collaboratori, dedicata al ruolo della genetica nel raggiungimento della longevità.

La letteratura esaminata descrive un quadro complesso. APOE, FOXO3 e altri loci mostrano associazioni con la longevità in differenti popolazioni, ma nessuna singola variante spiega il fenotipo nel suo complesso.

La genetica della longevità deve quindi essere interpretata in termini probabilistici e di popolazione, all’interno dell’interazione tra numerose varianti genetiche e fattori non genetici.

Come è proseguita la ricerca siciliana

Negli anni successivi lo studio della longevità in Sicilia è proseguito attraverso ulteriori ricerche fenotipiche, immunologiche e molecolari.

Nel 2021 Aiello e collaboratori hanno analizzato 173 persone della Sicilia occidentale appartenenti a differenti fasce di età, dai giovani adulti ai centenari, attraverso dati anamnestici, misure antropometriche, bioimpedenza e parametri molecolari, ematologici, ossidativi ed ematochimici.

Per alcuni parametri i centenari mostravano valori più simili a quelli dei giovani rispetto ai nonagenari. Gli autori hanno interpretato queste osservazioni come compatibili con un possibile rallentamento o inversione di alcune tendenze associate all’età. Il disegno trasversale dello studio non consente però di concludere che nei centenari si sia verificato un generale “ringiovanimento biologico”.

Nel 2021 Ligotti e collaboratori hanno studiato linfociti T e cellule NK in 214 soggetti siciliani di età compresa tra 22 e 111 anni, osservando variazioni associate all’età e al sesso. Il soggetto di 111 anni rappresentava un singolo caso e il risultato non può quindi essere considerato un immunofenotipo generale dei supercentenari.

Nel 2022 Siino e collaboratori hanno utilizzato la spettrometria di massa per analizzare il proteoma plasmatico di una coorte siciliana comprendente individui longevi, identificando associazioni tra profilo proteico, età e altre caratteristiche della popolazione studiata.

Studi successivi hanno ulteriormente approfondito sottopopolazioni immunitarie e risposta immuno-infiammatoria nei semi-supercentenari e supercentenari siciliani.

Nel loro insieme, questi lavori documentano la prosecuzione di un filone scientifico siciliano sulla longevità estrema. I risultati delle singole ricerche sono prevalentemente osservazionali, devono essere attribuiti ai rispettivi autori e interpretati alla luce del disegno e delle dimensioni di ciascuno studio.

Per una trattazione divulgativa più ampia delle caratteristiche studiate nelle persone eccezionalmente longeve è disponibile anche l’approfondimento sulle caratteristiche dei centenari.

Popolazioni longeve e hotspot geografici

La ricerca sulla longevità non studia soltanto singoli centenari. Un’altra strategia consiste nell’analizzare famiglie o popolazioni nelle quali il raggiungimento di età molto avanzate risulta particolarmente frequente.

Gli hotspot di longevità possono essere utili per studiare insieme storia demografica, struttura genetica, ambiente, alimentazione, condizioni socioeconomiche e comportamenti condivisi.

L’esistenza di una concentrazione geografica di persone longeve non dimostra però che una specifica caratteristica del territorio ne sia la causa. La validazione anagrafica e demografica dell’hotspot e lo studio dei possibili fattori associati rappresentano problemi scientifici distinti.

Che cosa sono le Blue Zones

L’espressione Blue Zones nasce nell’ambito degli studi demografici sulla longevità in Sardegna ed è stata successivamente utilizzata per indicare altre aree caratterizzate da una presenza particolarmente elevata di persone longeve.

Il concetto ha poi acquisito una diffusione molto più ampia nella divulgazione, dove è stato spesso associato a specifiche abitudini alimentari, sociali e comportamentali.

La letteratura scientifica mostra però che le aree comunemente indicate come Blue Zones non dispongono tutte dello stesso livello di caratterizzazione e validazione demografica.

Una scoping review pubblicata nel 2025, basata su 65 studi, ha rilevato che Ogliastra in Sardegna, Okinawa e Nicoya dispongono della documentazione più consistente tra le aree esaminate, mentre per altre località le evidenze risultano meno estese o differenti per natura.

Le popolazioni longeve rimangono quindi un importante campo di ricerca demografica ed epidemiologica. Le caratteristiche osservate al loro interno, comprese alimentazione, attività fisica, struttura sociale e ambiente, non devono però essere confuse con la dimostrazione che un singolo comportamento o un insieme definito di abitudini causi la longevità estrema.

Che cosa ci insegnano davvero i centenari

Lo studio dei centenari mostra soprattutto quanto possano essere diverse le traiettorie attraverso le quali una persona raggiunge le età estreme.

Che cosa sappiamo

  • Esistono differenti traiettorie di morbilità compatibili con il raggiungimento dei 100 anni.
  • La longevità presenta una componente genetica complessa e una familiarità osservabile.
  • In alcuni centenari e supercentenari vengono osservate caratteristiche biologiche, immunitarie e molecolari peculiari.
  • Alcune persone mantengono autonomia o funzioni cognitive elevate fino a età eccezionali.
  • Alcune popolazioni mostrano concentrazioni geografiche particolarmente elevate di persone longeve.
  • La ricerca ha identificato biomarcatori e meccanismi candidati associati alla longevità estrema.

Che cosa non possiamo concludere automaticamente

  • Che tutti i centenari siano rimasti sani durante la vita.
  • Che esista un gene capace di determinare chi diventerà centenario.
  • Che le caratteristiche biologiche osservate alle età estreme siano necessariamente la causa della longevità o la prova di un generale ringiovanimento dell’organismo.
  • Che preservazione fisica e cognitiva caratterizzino tutti i centenari.
  • Che le abitudini osservate nelle popolazioni longeve costituiscano una ricetta per vivere cent’anni.
  • Che esista oggi un test o un biomarcatore capace di predire con affidabilità clinica chi raggiungerà 100 o 110 anni.

Un elemento che emerge con continuità dalla ricerca è l’eterogeneità.

Centenari con storie cliniche differenti possono raggiungere la stessa età. Individui con caratteristiche genetiche diverse possono essere eccezionalmente longevi. Biomarcatori osservati in una popolazione possono non presentare la stessa associazione in un’altra.

La longevità estrema viene quindi studiata come un fenotipo complesso e multifattoriale, nel quale componenti genetiche, biologiche, ambientali e storiche interagiscono lungo il corso della vita.

Dai centenari alla medicina della longevità

Studiare le persone che hanno raggiunto le età più avanzate contribuisce alla ricerca sui meccanismi dell’invecchiamento, sulle differenze nelle traiettorie di malattia e sui biomarcatori associati all’età e alla sopravvivenza eccezionale.

Queste conoscenze sono rilevanti anche per la medicina della longevità, ma il passaggio dall’osservazione scientifica all’applicazione clinica richiede evidenze specifiche.

Una variante genetica più frequente nei centenari non diventa automaticamente un bersaglio terapeutico. Un profilo metabolico osservato in una popolazione longeva non costituisce necessariamente un obiettivo clinico. Un’abitudine frequente in un hotspot di longevità non dimostra che adottarla prolunghi la vita.

La ricerca deve verificare se i meccanismi identificati nelle popolazioni eccezionalmente longeve siano riproducibili, quale ruolo abbiano nel processo di invecchiamento e se possano avere una rilevanza preventiva o clinica in popolazioni differenti.

Il contributo dello studio dei centenari consiste quindi soprattutto nell’ampliare la conoscenza della variabilità dell’invecchiamento umano e nell’individuare fenomeni che meritano ulteriori verifiche.

Non si tratta di imitare i centenari, ma di comprendere meglio che cosa la loro eccezionale sopravvivenza può insegnare sulla biologia e sulle traiettorie dell’invecchiamento.

Domande frequenti sui centenari

Chi è considerato centenario?

È considerata centenaria una persona che ha raggiunto almeno 100 anni di età. Nella ricerca vengono inoltre distinti i semi-supercentenari, tra 105 e 109 anni, e i supercentenari, di almeno 110 anni.

Che cosa significa longevità estrema?

Per longevità estrema si intende il raggiungimento di età eccezionalmente avanzate. Nella letteratura scientifica espressioni come extreme longevity ed exceptional longevity sono utilizzate per studiare la sopravvivenza alle età più elevate, anche se le soglie anagrafiche considerate possono variare tra gli studi.

Perché i centenari vengono studiati dalla ricerca sulla longevità?

I centenari rappresentano un fenotipo estremo di sopravvivenza umana. Il loro studio permette di analizzare differenti traiettorie di invecchiamento e caratteristiche genetiche, biologiche, cliniche e ambientali associate alla longevità eccezionale, senza implicare che tali caratteristiche ne siano necessariamente la causa.

Che differenza c'è tra centenario e supercentenario?

Un centenario ha almeno 100 anni. Un supercentenario ha raggiunto almeno 110 anni. Le persone tra 105 e 109 anni vengono generalmente definite semi-supercentenarie.

Quanti centenari ci sono in Italia?

Secondo l’ISTAT, al 1° gennaio 2025 in Italia risiedevano 23.548 persone di almeno 100 anni. I residenti di almeno 105 anni erano 724 e quelli di almeno 110 anni erano 19. L’82,6% dei centenari era costituito da donne.

I centenari sono tutti in buona salute?

No. I centenari costituiscono una popolazione eterogenea. Alcuni ritardano considerevolmente la comparsa di importanti malattie associate all’età e mantengono a lungo autonomia o capacità cognitive; altri raggiungono i 100 anni dopo aver convissuto per anni con patologie, fragilità o disabilità.

Quanto conta la genetica per diventare centenari?

La genetica contribuisce alla variabilità della durata della vita e alcune varianti, tra cui quelle associate ad APOE e FOXO3, sono state ripetutamente studiate nella longevità. Non esiste tuttavia un singolo gene che determini il raggiungimento dei 100 anni. La longevità estrema è un fenotipo complesso e multifattoriale.

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