Non si deve mangiare solo per sostentarsi o funzionalmente alla dieta, come vuole il gossip dietetico oggi dominante. Il corpo segue la mente, ma anche viceversa!

Mangiare rappresenta l’atto primario, giornaliero, per stare bene. Innumerevoli sono i collegamenti tra cibo, pensiero, emozioni e neurochimica, così come in una sinfonia ogni partitura ha il suo ritmo, la sua logica.

Per esempio, l’alimentarsi senza controllo ingurgitando grandi quantità di cibo, masticandolo e distruggendolo per poterlo assimilare, può indicare un comportamento aggressivo e distruttivo. Tale comportamento si scarica sul cibo, non avendo la possibilità di indirizzarsi altrove.

Gli aspetti che incidono nella storia dell’individuo e che lo portano a rendere disfunzionale il suo modo di gestire l’alimentazione evidenziano diverse tipologie di consumatori:

  • I sostenitori del cibo leggero, attenti a bilanciare salute e piacere di mangiare. Essi sono generalmente disponibili alle influenze di alimenti di altre cucine, anche esotiche;
  • I fautori del cibo consistente, consumatori che privilegiano l’aspetto energetico e non concepiscono un pasto senza farinacei e carni;
  • I gastrostress, che alternano pratiche alimentari connotate dalla semplificazione e frammentazione dei pasti, come la ristorazione veloce quando sono sottoposti allo stress dei ritmi lavorativi, a logiche più improntate al piacere della buona cucina la sera e durante il weekend;
  • I fissati del troppo, che considerano l’alimentarsi un’attività rischiosa e preoccupante, perché sono caratterizzati dall’ansia per l’ingestione del cibo. Rientrano in questa classe gli individui con patologie alimentari (bulimia e anoressia), gli individui focalizzati sulle conseguenze che gli alimenti possono indurre sulla salute e sull’estetica;
  • I consumatori positivi, che si lasciano convincere dalle qualità benefiche del cibo;
  • I consumatori negativi, per i quali il cibo è ritenuto potenzialmente pericoloso perché può mettere in discussione la propria integrità e identità

Esiste anche la necessità di nutrirsi oltre il necessario per avere un corpo pesante e voluminoso, in grado di sostenere impegni e responsabilità. Oppure per aumentare il proprio spazio vitale, la propria visibilità, la propria importanza. Tale necessità potrebbe accompagnarsi con questa modalità di attaccamento al cibo, che è prevalentemente maschile.

L’aumento ponderale può quindi assumere, a seconda degli individui, valenze simboliche differenti, in cui il grasso può rappresentare:

  • Una zavorra, che ancora alla situazione in cui ci si trova, dalla quale si fantastica di evolvere;
  • La possibilità di occupare uno spazio altrimenti negato;
  • Una difesa nei confronti di stimoli esterni vissuti come aggressivi;
  • Una difesa nei confronti di stimoli interni vissuti come pericolosi;
  • Una barriera anestetizzante per pulsioni e istinti vissuti con conflitto;
  • Una pesantezza che esorcizzi la sensazione di vuoto;
  • Una grossezza per indicare forza e potenza;
  • L’affermazione della propria esistenza: “ ci sono anche io”;
  • Un’autopunizione.

Spesso l’aumento di peso è una difesa nei confronti di ciò che si teme: il sostituto simbolico di qualcosa che ancora non si è o non si ha. In questo contesto:

  • Il mangiare troppo, a volte, rappresenta l’unico esito possibile di ribellione e di indipendenza;
  • L’incapacità di attenersi a una dieta può nascondere il timore profondo di dover poi mettere alla prova della realtà le proprie fantasie;
  • Perdere peso/materia può voler dire perdere concretezza e stabilità, e quindi rendere evidenti i disagi psichici.

Fra le cause del sovrappeso si evidenzia pertanto come il cibo possa diventare una sostanza da cui dipendere psicologicamente, quando vissuto o percepito come valvola di sfogo, come rifugio o come sostanza analgesica contro le sofferenze vissute durante la giornata, o contro situazioni di disagio o di conflitto. Pertanto, stati d’animo come ansia, depressione, stress, inibizione emotiva possono influire sul rapporto con il cibo e causare un aumento di peso.

La motivazione ad apprezzare il cibo oltre al nutrirsi è quella di gustarlo. Spesso, invece, lo si ingurgita per riempire in fretta un opprimente senso di vuoto interiore, confuso con la sensazione di fame vera e propria. Abbuffarsi, allora, può rappresentare, in mancanza di altre possibilità espressive, l’unica risposta indiscriminata a difficoltà affettive ed emotive!

 

In collaborazione con Riccardo Perris, Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo; Master di II livello in Sessuologia-Università di Pisa; Docente e Formatore in Sessuologia Clinica.