Quando si parla di dimagrimento, sul piano teorico quasi ogni regime alimentare strutturato può portare a un calo di peso. Nella pratica clinica, però, è evidente che non tutte le persone rispondono allo stesso modo: qui entra in gioco la dieta funzionale, un approccio che prova ad adattare la strategia nutrizionale al “motore” di ciascuno, invece di imporre una soluzione standard.

Questa diversa risposta dipende in parte da predisposizioni genetiche che rendono ognuno più o meno sensibile a specifici nutrienti. Per questo le diete non dovrebbero essere basate solo sul conteggio delle calorie, ma sulle molecole che introduciamo con i cibi e le bevande e su come interagiscono con il nostro profilo genetico.

Il test del DNA, in questo contesto, consente di individuare quale “carburante” sia più idoneo a facilitare il calo di peso, distinguendo chi risponde meglio a una dieta iperproteica, chi a un’impostazione più ricca di carboidrati a basso indice glicemico e chi invece può seguire con successo schemi più flessibili.

Perché non tutte le diete funzionano allo stesso modo

La diversa risposta a una dieta si deve al fatto che ognuno ha innanzitutto una predisposizione che lo rende più o meno sensibile ai diversi nutrienti. Proprio per questo, le diete non dovrebbero essere incentrate solo sulle calorie, ma sulle molecole che vengono fornite all’organismo attraverso i cibi e le bevande.

Il test del DNA consente di individuare quale può essere il carburante più idoneo a facilitare il calo di peso. In particolare, gli studi medico-scientifici hanno evidenziato tre categorie di soggetti:

  • La prima include coloro che non presentano particolari variazioni genetiche e che rispondono bene, in un certo senso, a qualsiasi impostazione dietetica. In questi soggetti è preponderante il problema metabolico o ormonale, pertanto potrebbe essere adatta la dieta ormonale;
  • La seconda categoria è composta da coloro che presentano nel loro DNA variazioni di un gene chiamato FTO (“FaT mass and Obesity associated gene”). Questi soggetti perdono peso assai più facilmente con una dieta relativamente iperproteica;
  • La terza è invece costituita da coloro che rispondono meglio a una dieta CHO (“High Carbohydrate Diet”), cioè un’alimentazione basata sull’indice glicemico. Di fatto questa dieta ha un elevato contenuto in carboidrati, ma con alimenti di basso indice glicemico, e ricca in fibre. In pratica è incentrata maggiormente sui cibi integrali e sulle proteine vegetali.

Che cos’è la dieta funzionale

Questo è il senso della dieta funzionale: una dieta che privilegia il cibo, quindi le molecole, che meglio fanno lavorare il vostro motore. Andate a benzina o a gasolio? Se immettete il carburante sbagliato nel serbatoio del vostro motore, quest’ultimo si ingrippa e non può funzionare. Con il carburante giusto, ecco che potrete agevolare il ritmo del vostro calo ponderale, con una dieta più in linea con le vostre caratteristiche biotipiche genetiche. Non quindi una dieta alla moda, ma una dieta con solide basi scientifiche e adattata in relazione alle vostre caratteristiche funzionali.

In definitiva, provocatoriamente parlando, non dovrebbe essere il dietologo a imporvi una dieta aspecifica nel rapporto tra i suoi nutrienti. Dovrebbe essere il vostro DNA a suggerire al vostro dietologo la composizione della dieta più adatta a voi, quindi il rapporto tra proteine, lipidi e carboidrati che meglio sposa la vostra costituzione.

Dimagrire è solo l’inizio: il problema dell’effetto yo-yo

Ricordate poi che non ci si deve limitare a perdere peso, ma bisogna anche educarsi a mantenerlo, altrimenti lo sforzo fatto vi lascerà a medio-lungo termine con in mano un pugno di mosche. Anzi, rischiate di entrare nella sindrome dello yo-yo, in cui a ogni calo di peso ne segue un aumento con gli interessi,  dopo ogni esperienza dietoterapica.

Sicuramente il gene che più frequentemente si trova alterato è il FTO. Come si è visto, tale gene vi fa usare come carburante soprattutto le proteine.

Una cosiddetta dieta relativamente iperproteica riduce significativamente l’apporto dei carboidrati a favore della quota proteica, basandosi sul meccanismo della chetosi. Per questo motivo, tale dieta è anche detta chetogenica. L’idea di fondo è che riducendo drasticamente la quota dei carboidrati e innalzando decisamente quella riservata alle proteine e ai grassi, si possa evitare l’accumulo di grasso e favorirne l’utilizzo a scopo energetico.

Come è strutturata la dieta funzionale iperproteica

Nella pratica, la dieta funzionale relativamente iperproteica è una dieta frazionata in tre momenti-pasto, e volta ad attivare il processo di chetosi. Per questa ragione va seguita per brevi intervalli di tempo, non oltre le due settimane. Eventualmente può essere intervallata alla dieta funzionale ipocalorica classica, alternando una fase ipocalorica ad una iperproteica. Dal punto di vista dei nutrienti le proteine, così come i carboidrati, dovrebbero rappresentare il 30% dell’apporto calorico totale, mentre i lipidi il restante 40%.

La dieta funzionale ipocalorica classica, invece, è una dieta frazionata in sei momenti-pasto, con uno spuntino nel dopocena, quando spesso si tende a pasticciare. Pranzo e cena in questa impostazione possono essere invertiti tra loro, sia nell’insieme sia nei singoli piatti. Stesso discorso per gli spuntini, che possono essere ridistribuiti a proprio piacimento nel corso della giornata alimentare. Dal punto di vista dei nutrienti le proteine dovrebbero rappresentare il 18% dell’apporto calorico totale, mentre i carboidrati il 56% e i lipidi il restante 26%.

Per approfondire è possibile acquistare il mio libro “La Dieta del DNA”.

Bibliografia

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