Le intolleranze alimentari sono un argomento di moda, di cui spesso si sente parlare a sproposito. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, partendo dai concetti di base fino alle applicazioni pratiche.

Intolleranze alimentari: definizione e principali distinzioni

Innanzitutto, vediamo di fare luce su cosa si cela dietro all’espressione, spesso abusata, di “intolleranza alimentare”. La principale distinzione è tra le intolleranze genetiche, o primarie, e quelle non genetiche, quindi secondarie ad altre malattie.

Le intolleranze alimentari genetiche sono causate da una minor efficienza degli enzimi deputati a digerire determinati cibi. In questo caso, assumere minime dosi del cibo a cui si è intolleranti non rappresenta un problema; lo diventa, invece, assumerne elevate quantità, aumentando lo sforzo digestivo dell’organismo.

Le intolleranze non genetiche inquadrano quei problemi conseguenti a patologie, per esempio infettive (tifo oppure violente gastroenteriti virali o batteriche), a carico dell’intestino. Le infezioni inducono un aumento della permeabilità intestinale, con esposizione dell’allergene e conseguente reazione del sistema immunitario.

Queste forme attualmente non possono essere diagnosticate con certezza scientifica, ma solo tramite osservazione clinica e mediante le cosiddette diete di prova. Esistono in commercio svariati test di intolleranza alimentare, ma non sono supportati da letteratura scientifica pubblicata e riconosciuta nel mondo accademico e ospedaliero.

Differenza tra intolleranze alimentari e allergie alimentari

Altra cosa sono le allergie alimentari: non sono genetiche, ma subentrano nel corso della vita di una persona, e talvolta possono già essere presenti alla nascita. Sono dovute all’iper-reattività del sistema immunitario, che risponde all’ingresso di un allergene, anche di natura alimentare.

Questo quadro determina reazioni anche dopo l’assunzione di minime dosi dell’allergene in questione, evidenziando come si tratti di una condizione differente rispetto alle intolleranze alimentari.

Falsi miti sulle intolleranze alimentari

Vengono inoltre erroneamente definite intolleranze alcune semplici differenze di velocità di metabolizzazione degli alimenti. La metabolizzazione può essere veloce (senza problemi) o lenta (con problemi), sia per l’intero alimento sia per alcuni suoi principi attivi.

In pratica, l’organismo accumula tanto più quella sostanza quanto più viene assunta nel tempo, senza smaltirla. Il problema non è quindi un’azione nociva diretta imputabile alla sostanza, ma le conseguenze cliniche della sua ripetuta assunzione: il cosiddetto effetto dose-accumulo.

Sensibilità dei recettori e metabolismo dei nutrienti

Diverso è il caso della sensibilità dei recettori: alcuni nutrienti non interagiscono bene con i recettori deputati alla loro assimilazione o metabolizzazione, come il recettore della leptina e dell’insulina. Ne derivano conseguenze cliniche spesso definite intolleranze, ma che in realtà sono semplici alterazioni della sensibilità verso una particolare categoria di nutrienti.

In questo “mare magnum” di reali intolleranze primarie e di semplici problematiche contingenti è sorto un business fatto di test, diete e cure di affidabilità spesso assai dubbia. Una vera e propria moda.

D’altra parte esistono intolleranze vere, come la celiachia, la sensibilità al glutine e l’intolleranza primaria al lattosio, dovuta a un deficit nella biosintesi dell’enzima lattasi, responsabile della digestione del lattosio.

Intolleranza primaria al lattosio

Alcune intolleranze possono essere oggettivate con certezza scientifica, come validato da un’ampia letteratura medica internazionale grazie a mirati test genetici. Tra queste vi è l’intolleranza primaria al lattosio.

L’intolleranza primaria al lattosio è causata dalla scarsità dell’enzima lattasi, prodotto dalle cellule esposte sulla superficie dell’intestino tenue. I test del DNA per la mancanza o il deficit di lattasi possono integrare metodi indiretti per la determinazione individuale del rischio di malassorbimento del lattosio.

Questa condizione è probabilmente l’intolleranza alimentare più diffusa al mondo e non va confusa con l’allergia al latte, che deriva invece da una reazione del sistema immunitario alle proteine del latte. Esistono diversi gradi di intolleranza al lattosio, da forme pressoché totali a forme molto modeste.

Se biosintetizzate poca lattasi, il lattosio contenuto nel latte non può essere completamente scisso e assorbito, e giunge più integro nell’intestino. Qui i batteri intestinali iniziano a metabolizzarlo, generando un processo di fermentazione con produzione di grandi quantità di gas.

Questo meccanismo può causare sintomi addominali come crampi, gonfiore, flatulenza e, in alcuni casi, diarrea o, al contrario, stipsi.

In questi casi è possibile seguire una dieta delattosata (priva di lattosio) oppure introdurre supplementi a base di lattasi prima dell’assunzione di alimenti contenenti quantità significative di lattosio.