Oggi si è consapevoli di come la dieta non sia l’unico modo per risolvere il problema del sovrappeso. Tuttavia, spesso si continua a proporre il modello della restrizione alimentare pur sapendo che, se le persone non cambiano la propria relazione psicologica con il cibo, in pochi mesi ritorneranno al peso iniziale.

Il circolo vizioso dei sensi di colpa

Oltre a risolvere problemi medici causati dal sovrappeso, a spingere il paziente verso un trattamento dell’obesità è il disagio generalizzato che questa comporta. Molti pazienti affermano di sentirsi “non normali”, “diversi”; percepiscono il loro corpo come “estraneo“, “debordante” e rifiutano la loro immagine corporea. Seguono importanti difficoltà relazionali e di accettazione di sé.

Quando l’ingrassamento diviene una malattia, l’individuo,  non apprezzando la propria immagine, può provare un vero malessere. Questo malessere lo porta a perdere progressivamente l’autostima, per via dei possibili fallimenti nella perdita di peso.

Il rapporto conflittuale con il cibo può intrappolare in un loop comportamentale che vede il soggetto come attore in un copione ripetitivo: impegnarsi a seguire una dieta restrittiva, raggiungere un peso-forma, riprendere ad alimentarsi come il bisogno richiede, per poi riacquistare il peso iniziale, quasi sempre aumentato. Il peso oscilla su e già in modo cronico, generando un continuo stato di insoddisfazione interiore.

Ciò induce a stigmatizzare eventuali trasgressioni favorendo l’insorgere e il consolidamento dei sensi di colpa. Si innesca così un circolo vizioso tale per cui il soggetto alterna momenti di restrizione alimentare ad altri di perdita di controllo. Conseguentemente si ha lo sviluppo di pensieri di sconforto e comportamenti che perpetuano l’obesità.

È l’inizio di quella che viene definita la sindrome yo-yo. Dopo un po’ di tempo, l’insoddisfazione per la propria immagine li porta alla ricerca di un’altra dieta, che li illuda di raggiungere un dimagrimento efficace.

L’intervento comportamentale

Molti medici ed esperti del settore, ma anche molti pazienti, sanno che le varie diete focalizzano l’attenzione sul cibo che introduciamo nell’organismo, spesso dimenticando il rapporto che abbiamo con gli alimenti.

Chi si nutre male o in eccesso non è consapevole del perché e continua ad alimentarsi disordinatamente; mangia anche quando si sente sazio, anche quando ciò di cui si ciba diventa non più gradevole.

È necessario indirizzare l’individuo verso la comprensione dei motivi che lo portano o lo hanno portato a mangiare in eccesso, dei fattori che influenzano la sua fame emotiva e delle cause che hanno determinato il sovrappeso.

L’aiuto comportamentale è indirizzato alla comprensione e alla possibilità di rimuovere questi fattori, riprogrammando lo stile di vita, del quale le abitudini alimentari rappresentano un sintomo. Il percorso richiede sacrificio e pazienza!

Parlare di come ci si relaziona con il cibo porta ad analizzare i bisogni, non tanto di sopravvivenza energetica, quanto di desiderio di sentirsi caldi dentro!

Analizzando le scelte alimentari, si può affermare che esistono cibi che soddisfano la fame soprattutto da un punto di vista psicologico: si tratta dei cibi ludici e di quelli ritualistici. Gli alimenti ludici (patatine, noccioline, pop corn) soddisfano l’inconscio bisogno di tener qualcosa in bocca, iniziato con il succhiare il pollice, proseguite con il mettere in bocca oggetti che hanno la funzione di passatempo, di evasione, che vengono succhiati e mordicchiati per rilassarsi.

Gli alimenti ritualistici (tè, caffè, aperitivi) hanno la funzione di scandire il tempo e i ritmi degli individui e vengono consumati in determinate ore della giornata.

I cibi che abitualmente vengono assunti in occasioni speciali o in particolari periodi dell’anno (compleanni, battesimi, matrimoni, Natale, festività nazionali) sono rituali che influenzano il nucleo familiare durante i momenti di condivisione  Il cibo è l’elemento nutritivo dell’individuo nei suoi bisogni più profondi di identità, affettività, riconoscimento e relazione.

Non si deve arrivare a raggiungere uno stato di dolore consapevole per rendersi conto del meccanismo compensatorio che si  è messo in atto. L’approfondita riflessione che ne consegue deve portare a scoprire il reale motivo dell’acquisita voracità che ha causato il sovrappeso.

Solo allora si può iniziare ad accettare il sacrificio di una riduzione alimentare, nonché il cambiamento del proprio stile di vita. Questo deve però durare per un certo tempo, affinché i risultati ottenuti non vadano persi con il classico andamento a yo-yo sostenuto da un superficiale cambiamento psico-emotivo e dal mancato superamento delle difficoltà psicologiche.

L’obiettivo primario non è dunque solo la perdita del peso, ma deve diventare l’acquisizione di uno stile di vita e di abitudini alimentari rinnovate e sane!

In collaborazione con Riccardo Perris, Psicologo, Psicoterapeuta, Sessuologo; Master di II livello in Sessuologia-Università di Pisa; Docente e Formatore in Sessuologia Clinica.