Biomarcatori: cosa sono e come interpretarli nella prevenzione

Mani guantate manipolano un campione biologico in laboratorio clinico, simbolo dei biomarcatori nella prevenzione e nella longevità.

I biomarcatori sono caratteristiche misurabili dell’organismo o di un processo biologico. Possono contribuire a descrivere una condizione fisiologica, una esposizione, una malattia, una prognosi o una risposta a un intervento, ma non equivalgono automaticamente a una diagnosi.

Nel contesto della medicina preventiva e della medicina della longevità, i biomarcatori sono utili solo se interpretati con prudenza, insieme ad anamnesi, fattori di rischio, storia clinica, stile di vita, familiarità, esame obiettivo e contesto individuale.

Misurare un parametro biologico non significa automaticamente conoscere il rischio reale di una persona, prevedere il futuro della salute o controllare l’invecchiamento. Il valore di un biomarcatore dipende dal tipo di misura, dalla qualità del test, dalla validazione scientifica, dal contesto clinico e dalla sua utilità nel guidare decisioni appropriate.

Che cosa sono i biomarcatori

Un biomarcatore è una caratteristica definita e misurabile che può indicare un processo biologico normale, un processo patologico o una risposta dell’organismo a una esposizione o a un intervento.

Possono essere biomarcatori, a seconda del contesto, valori di laboratorio, parametri fisiologici, molecole circolanti, segnali strumentali, caratteristiche genetiche o epigenetiche, profili metabolici, marker infiammatori o combinazioni di più dati.

Il punto essenziale è che un biomarcatore non descrive direttamente come una persona si sente, funziona o sopravvive. Questi aspetti appartengono agli outcome clinici, cioè agli esiti rilevanti per la salute della persona.

Per questo motivo un biomarcatore va interpretato come un dato informativo, non come una risposta definitiva. Può orientare la valutazione clinica, ma non sostituisce diagnosi, anamnesi, visita medica e ragionamento clinico.

A cosa servono i biomarcatori

I biomarcatori possono avere funzioni diverse. In alcuni casi possono contribuire a riconoscere una condizione già presente. In altri casi contribuiscono a stimare una prognosi, monitorare l’andamento di una malattia, valutare una risposta biologica o descrivere una esposizione.

Nel campo della prevenzione, alcuni biomarcatori consolidati possono contribuire alla stima del rischio e alla scelta di interventi appropriati. Parametri come pressione arteriosa, profilo lipidico, glicemia, emoglobina glicata, funzione renale o albuminuria sono esempi di dati clinici che possono essere considerati nel quadro complessivo del rischio cardiovascolare, metabolico o renale.

Altri biomarcatori, invece, sono interessanti soprattutto per la ricerca. È il caso di molti marker legati all’invecchiamento biologico, all’infiammazione cronica di basso grado, agli orologi epigenetici, alle omiche o all’esposoma. Questi strumenti possono contribuire alla conoscenza dei processi biologici, ma non devono essere trasformati automaticamente in test predittivi individuali.

Tipi di biomarcatori

I biomarcatori non sono tutti uguali. La stessa misura può avere significati diversi a seconda del contesto clinico, della popolazione studiata e della domanda a cui deve rispondere.

Le categorie principali includono:

  • Biomarcatori di suscettibilità o rischio: indicano una maggiore probabilità di sviluppare una condizione in una persona che non presenta ancora la malattia clinicamente manifesta.
  • Biomarcatori diagnostici: contribuiscono a identificare la presenza di una malattia o condizione, se usati in un contesto appropriato.
  • Biomarcatori prognostici: forniscono informazioni sul possibile decorso di una malattia già presente.
  • Biomarcatori predittivi: indicano la probabilità di risposta a un trattamento specifico.
  • Biomarcatori di monitoraggio: aiutano a seguire nel tempo una condizione, una esposizione o una risposta a un intervento.
  • Biomarcatori farmacodinamici o di risposta: descrivono una risposta biologica dell’organismo a un trattamento o intervento.
  • Biomarcatori di sicurezza: possono segnalare tossicità o effetti indesiderati.
  • Biomarcatori di esposizione: indicano il contatto con sostanze, ambienti, comportamenti o fattori esterni.
  • Biomarcatori di effetto: descrivono alterazioni biologiche potenzialmente collegate a una esposizione.
  • Biomarcatori di suscettibilità: indicano caratteristiche che possono modulare la risposta individuale a una esposizione o a un fattore biologico.

Questa distinzione è importante perché evita una semplificazione frequente: pensare che ogni biomarcatore misurabile abbia lo stesso valore clinico. In realtà un dato può essere utile per la ricerca, ma non ancora adatto alla pratica clinica routinaria.

Biomarcatori, fattori di rischio e diagnosi

Un biomarcatore non coincide sempre con un fattore di rischio. Un fattore di rischio è una caratteristica, condizione, esposizione o comportamento associato a una maggiore probabilità di sviluppare una malattia. Un biomarcatore è invece una caratteristica misurabile che può riflettere un processo biologico, patologico o di risposta.

Alcuni biomarcatori possono essere anche fattori di rischio o contribuire alla loro valutazione. Per esempio, valori di pressione arteriosa, colesterolo LDL, glicemia o funzione renale possono essere considerati nel calcolo del rischio cardiometabolico. Questo però non significa che il singolo valore coincida con una diagnosi o con una previsione certa.

Un biomarcatore non coincide nemmeno con uno score. Uno score combina più variabili per stimare una probabilità o classificare un rischio. Il biomarcatore può essere uno degli elementi dello score, ma non sostituisce il modello complessivo.

Va distinta anche la differenza tra biomarcatore ed endpoint clinico. Un endpoint clinico descrive un esito rilevante per la persona, come sintomi, funzione, qualità della vita, comparsa di una malattia, ospedalizzazione o sopravvivenza. Un biomarcatore può essere un indicatore intermedio, ma non sempre rappresenta in modo affidabile questi esiti.

Un surrogate endpoint è un biomarcatore usato come sostituto di un endpoint clinico. Questa funzione richiede evidenze solide: migliorare un biomarcatore intermedio non significa sempre migliorare gli esiti clinici importanti.

Validazione analitica, validazione clinica e utilità clinica

Per capire il valore di un biomarcatore non basta sapere che può essere misurato. Bisogna distinguere almeno tre livelli.

Validazione analitica

La validazione analitica riguarda la qualità tecnica del test. Significa che il metodo misura in modo accurato, preciso e riproducibile ciò che dichiara di misurare, nel tipo di campione previsto.

Un test può essere tecnicamente accurato, ma questo non dimostra ancora che il dato abbia valore clinico per una persona.

Validazione clinica

La validazione clinica riguarda il rapporto tra biomarcatore e condizione clinica, prognosi, rischio o risposta a un intervento. Richiede che l’associazione sia robusta, replicata e valutata in popolazioni adeguate.

Qui entrano concetti come sensibilità, specificità, valore predittivo positivo, valore predittivo negativo, discriminazione, calibrazione e generalizzabilità.

Un biomarcatore può essere associato a un esito in studi di popolazione, ma risultare poco utile nella valutazione del singolo individuo.

Utilità clinica

L’utilità clinica è il livello più importante. Un biomarcatore può avere utilità clinica quando il suo uso contribuisce a orientare decisioni, percorsi o risultati di salute in modo documentato, oppure permette di ottenere risultati equivalenti con minori rischi, costi o interventi non necessari.

Questo passaggio è spesso il più trascurato. Un biomarcatore può essere interessante, promettente e misurabile, ma non necessariamente utile se non cambia in modo appropriato le decisioni cliniche o gli outcome rilevanti.

Biomarcatori e medicina preventiva

Nella medicina preventiva, i biomarcatori possono contribuire alla stratificazione del rischio, al monitoraggio di fattori modificabili e alla valutazione di alcune condizioni cliniche prima che producano conseguenze più evidenti.

Il loro valore dipende però dal contesto. Non è il numero di parametri misurati a rendere migliore la prevenzione, ma la capacità di usare dati appropriati per prendere decisioni proporzionate, fondate sulle evidenze e adatte alla persona.

Per esempio, alcuni biomarcatori cardiometabolici sono considerati nelle linee guida e possono contribuire alla valutazione di interventi su pressione, lipidi, glicemia, funzione renale o rischio cardiovascolare. Altri biomarcatori sono invece ancora oggetto di ricerca o hanno un valore incerto nella prevenzione individuale.

La prevenzione non coincide con il controllo continuo di ogni parametro. Un uso non mirato dei test può aumentare il rischio di falsi positivi, risultati incidentali, ansia, sovradiagnosi e interventi non necessari. Per questo motivo ogni biomarcatore dovrebbe essere interpretato in base a una domanda clinica chiara.

Biomarcatori, longevità e healthspan

Nel campo della longevità, i biomarcatori sono studiati per comprendere meglio i processi collegati all’invecchiamento, alla comparsa di malattie croniche e alla conservazione della funzione nel tempo.

L’obiettivo non è trasformare la longevità in un pannello di test. La longevità dipende da una rete complessa di fattori biologici, clinici, ambientali, comportamentali e sociali. I biomarcatori possono descrivere alcuni aspetti di questa rete, ma non la esauriscono.

Nel rapporto con l’healthspan, cioè gli anni vissuti in buona salute, alcuni biomarcatori possono contribuire a osservare processi collegati al rischio cardiometabolico, alla funzione d’organo, all’infiammazione o alla fragilità. Tuttavia non esiste un singolo biomarcatore capace di misurare direttamente gli anni futuri vissuti in salute.

Anche l’età biologica deve essere interpretata con prudenza. Gli indici compositi e gli orologi biologici possono fornire stime probabilistiche, soprattutto in ambito di ricerca o di popolazione, ma non rappresentano una diagnosi né una misura assoluta della salute individuale.

Biomarcatori di aging, epigenetica ed esposoma

La ricerca sull’invecchiamento studia diversi tipi di biomarcatori: marker infiammatori, parametri metabolici, indicatori di funzione d’organo, biomarcatori epigenetici, profili omici e indici compositi.

Nel campo dell’inflammaging, marker come CRP, IL-6 o TNF-alpha sono spesso studiati perché collegati a processi infiammatori cronici di basso grado osservati nell’invecchiamento. Tuttavia sono marker aspecifici e possono essere influenzati da infezioni, obesità, malattie croniche, farmaci, stress, condizioni immunitarie e altri fattori. Non bastano da soli per definire l’età biologica di una persona.

Nel campo dell’epigenetica, gli orologi basati sulla metilazione del DNA rappresentano una delle aree di ricerca più studiate. Alcuni modelli sono associati a mortalità, morbidità o funzione in studi di coorte, ma il loro uso clinico individuale richiede prudenza. Non devono essere presentati come strumenti per sapere quanto vivrà una persona o per dimostrare un ringiovanimento.

Nel campo dell’esposoma, i biomarcatori possono contribuire a descrivere esposizioni, risposte biologiche e suscettibilità individuale. Approcci come metabolomica, proteomica, epigenomica e multi-omics possono aiutare la ricerca a collegare ambiente, stile di vita e biologia, ma la traduzione in indicazioni cliniche personalizzate è ancora complessa.

Il punto comune è che questi biomarcatori ampliano la comprensione dei processi biologici, ma non vanno confusi con strumenti automatici di diagnosi, previsione o controllo dell’invecchiamento.

Limiti e rischi di sovrainterpretazione

I biomarcatori sono utili quando rispondono a una domanda clinica chiara. Possono diventare fuorvianti quando vengono interpretati fuori contesto o usati come scorciatoia per promettere diagnosi precoce, prevenzione personalizzata garantita o predizione del futuro biologico.

I principali limiti riguardano:

  • Variabilità biologica: molti parametri cambiano nel tempo e possono essere influenzati da condizioni temporanee.
  • Variabilità analitica: ogni test ha margini di errore, sensibilità, specificità e limiti tecnici.
  • Confondimento: un biomarcatore può essere associato a un esito senza esserne causa diretta.
  • Rischio relativo e rischio assoluto: un aumento relativo del rischio non descrive automaticamente la probabilità individuale assoluta.
  • Falsi positivi e falsi negativi: nessun test è perfetto.
  • Sovradiagnosi e sovramedicalizzazione: misurare troppo, soprattutto in persone a basso rischio, può produrre percorsi non necessari.
  • Surrogate endpoint non validati: migliorare un biomarcatore non garantisce sempre un beneficio clinico reale.
  • Generalizzabilità: dati ottenuti in una popolazione non sono sempre applicabili a ogni individuo.

Per questo motivo il valore dei biomarcatori non dipende dalla quantità di dati raccolti, ma dalla qualità dell’interpretazione clinica.

Domande frequenti sui biomarcatori

Le domande frequenti aiutano a chiarire i dubbi più comuni sui biomarcatori, soprattutto quando il termine viene usato in modo generico o commerciale nel contesto della prevenzione, della longevità e dell’età biologica.

Che cosa sono i biomarcatori?

I biomarcatori sono caratteristiche misurabili dell’organismo o di un processo biologico. Possono aiutare a descrivere esposizioni, condizioni fisiologiche, malattie, prognosi o risposta a un intervento, ma non equivalgono automaticamente a una diagnosi.

Un biomarcatore è una diagnosi?

No. Un biomarcatore può contribuire a un percorso diagnostico solo se è validato e interpretato nel contesto clinico. Un singolo valore alterato non basta, di per sé, a definire una diagnosi.

Che differenza c’è tra biomarcatore e fattore di rischio?

Un fattore di rischio è una variabile associata a una maggiore probabilità di malattia. Un biomarcatore è una caratteristica misurabile che può riflettere un processo biologico, una esposizione, una malattia o una risposta.

I biomarcatori servono nella prevenzione?

Possono servire se sono appropriati, validati e utili per orientare decisioni cliniche. Nella prevenzione non conta misurare molti parametri, ma usare dati affidabili nel contesto della persona.

I biomarcatori misurano l’età biologica?

Alcuni biomarcatori possono essere usati in modelli che stimano l’età biologica, ma queste stime sono probabilistiche. Non rappresentano una misura assoluta della salute né una previsione certa della longevità individuale.

Che cosa sono i biomarcatori di aging?

I biomarcatori di aging sono misure studiate per descrivere processi biologici associati all’invecchiamento. Molti sono utili nella ricerca, ma non tutti sono validati per l’uso clinico individuale.

Gli orologi epigenetici sono biomarcatori clinici?

Gli orologi epigenetici sono biomarcatori di ricerca basati soprattutto sulla metilazione del DNA. Possono essere associati a esiti di salute in studi di popolazione, ma il loro uso clinico routinario richiede prudenza.

CRP e IL-6 misurano l’inflammaging?

CRP e IL-6 possono riflettere aspetti dell’infiammazione sistemica, ma sono marker aspecifici. Possono essere influenzati da molte condizioni e non bastano da soli per definire l’inflammaging individuale.

Quando un biomarcatore è clinicamente utile?

Un biomarcatore può essere clinicamente utile quando il test è affidabile, l’associazione con l’esito è validata e il suo uso contribuisce a orientare decisioni o risultati di salute in un contesto specifico.

Misurare più biomarcatori significa fare più prevenzione?

Non necessariamente. Misurare molti biomarcatori può aumentare il rischio di risultati poco interpretabili, falsi positivi e sovradiagnosi. La prevenzione richiede appropriatezza, non accumulo di dati.

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